Andando a scuola imparammo,
a stare seduti dentro ai banchi,
a scrivere, a stringere la penna
tra le mani
che piano piano da nemico indomito
si è trasformata nel tempo in cara
amica
non più indelebile, non più dura
come il ferro
non più ostile quando prese a
scrivere
le prime lettere d’amore.
Traducemmo il cuore in parole
che rendevano la vita meno amara
cambiando una lettera soltanto
facendo dell’amara quella amata
che per un bacio mancato invece
odiammo dal primo appuntamento.
Dovremmo forse tornare a scuola
ancora
per riconoscere ad ogni parola
la sua importanza per i principi
in essa contenuti
per dare ai saluti sventolati con
le mani
i sentimenti del cuor
nell’abbandono dell’altro,
il risentimento dell’umile contro
lo scaltro,
il fervore dell’appartenenza alla
nazione
che ancora ci riunisce e ci
trattiene
come fratelli di una sola mamma
anche se diversi e impertinenti.
Le parole se le mastichi
hanno un sapore amaro,
l’odore dello sparo nella notte,
del grido vigliacco da lontano
e il tremore vivo della mano
che ti prende e ti porta all’altra
sponda
anche nel momento della morte
rendendoti più dolce l’abbandono,
irripetibile e impensabile
come su un set per dare a quel
dolore
la forza di due cuori in uno solo.
Gioacchino
Ruocco
15.12.016
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