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domenica 30 settembre 2018

Inutilmente







Inutilmente

Mentre cercavo un contatto con te
mi sono accorto
che frugavo nell'agenda sbagliata,
nella parte del cuore
dove non potevi più essere
per essere ancora felice con me
ed io con te
che da tanto non ci vediamo
e non ci sentiamo.
A volte  la voglia mi viene
ma eri sempre tu sola a parlare
per finire che avevi tanto da fare
e mi lasciavi senza neppure
darmi il tempo di dirti chi ero.
L’ultima volta
alle mie rimostranze rispondesti:
-  E chi se non tu ?
Quando squilla il telefono
so già chi mi chiama
e per cosa mi chiama.
Alle otto di sera,
all’ora di cena
mi ricordo di te,
ma che pena.
Col cucchiaio sospeso
soffiavi sul brodo
che ritenevi troppo bollente.
Non avevamo niente da fare
e niente da dirci
ed era l’unico modo
per guardarci negli occhi
dal primo mattino
ch’eri uscito di casa
dove restavo da sola
arrivando ad essere vecchia
prima di sera,
mentre di fuori
la primavera, che mi sfuggiva di mano,
restava da sola con te.
Senza rancore,
ma col cuore tanto lontano
perso ancora a pensarti
con l’aquilone che ti portava
dove potevi volare con lui
per darti le gioie che meritavi.
Un bambino felice
e poi un dolce ragazzo
più pazzo di me
che al mondo lo misi.

Gioacchino Ruocco

30.09.018    Ostia Lido

😊

venerdì 28 settembre 2018

Ma mò, oj nì, stu guaio.....





Ma mò, oj nì, stu guaio
chi s’adda chiagnere
ca ogne ghiuorno
ce ne sta qualcuno ?

Nu guaio comme è chisto
è troppo gruosso.
‘A carne ‘nfacci’ a ll’uosso
‘un se mantene,

nun dura eternamente
e chi st’attuorno soffre
comme a chi sta suffrenno
‘e pene eterne

primmo ‘e jì all’inferno.
Cu chi ce amma piglià ?
C’’o Pataterno
ca eternamente

isso nun po’ murì ?
Ma comme c’è fatto malamente !
Ca già murì è troppo.
Faceva poca ggente

e ‘o juoco era ‘o stesso.
Mò comme a nu chiuvo
sto ‘nfacci’ ‘o muro appiso
e isso che c’è miso

sulo ‘a pacienza nosta.
‘A soia starrà nascosta
chi sa a qua paraviso.
Nascette cu ‘a cammisa,

ma a nnuie annure
comme stammo ancora.
Primmo ca more m’accatto
na sciammereca a Pugliano

si no c’’o culo a fora
chisto me fa murì
c’ancora ‘un è cuntento
comme stammo a ghjì.

Gioacchino Ruocco
29.09.018  Ostia Lido

La parte più tenera

Pierluigi Cappello


La parte più tenera
                                              
Passando dalla tua parte
non oso bestemmiare
contro la sorte infame
che ti ha reso arrendevole,
ma circospetto ad un tempo.

La vita per te resta seduta
su quattro ruote
per arrivare alle cose vuote
e riempirle di poesia
come sto facendo io ora

tirandola fuori da me,
dalla parte più tenera del giorno
quando mi giri intorno
miagolando come una gatta
distratta dagli odori
che l’aggradano.

Eppure non hai bisogno di me
per arrivare in tempo,
anzi sono io ad inseguirti
nei tuoi sogni estremi
o nella tua concretezza.

Hai un modo di vivere
che l’ebbrezza del vino
non è una carezza necessaria.
Tu mi condanni a chiederti
perdono per gli ostacoli

che pongo sulla tua strada.
La tua anima non ha bisogno
di felicità, ne è piena
e tu me la regali
felice di farlo senza ripensarci

senza chiedermi in cambio
che un sorriso
sul tuo volto disteso
consapevole di quello che ti ho fatto
ma teso alla mia felicità.

Gioacchino Ruocco
29.09.018   Ostia Lido




Pierluigi Cappello (Gemona del Friuli8 agosto 1967 – Cassacco1º ottobre 2017) è stato un poeta italiano.[1] Ha scritto numerose opere in lingua friulana, rientrando nell'omonima letteratura.




L’ultima raccolta, Stato di quiete, si chiude con una breve lirica separata da un foglio bianco, e presentata in corsivo, senza alcun titolo. La considero il sigillo che il poeta appone alla sua vita, e alla sua opera, l’una e l’altra condensate in pochi, essenziali motivi: la vicinanza alla natura e ai giochi infantili, la fede nelle parole che sanno cogliere e proteggere il centro più intimo della realtà.
Costruire una capanna
di sassi, rami, foglie
un cuore di parole
qui, lontani dal mondo
al centro delle cose,
nel punto più profondo.
         (Da Stato di quietePoesie 2010-2016, Rizzoli, Milano 2016)

Cosa mi resta …



Cosa mi resta …

Cosa mi resta
da prendere o lasciare
se la dipartita
non ha altro mare
che il sogno raccapriccia
ad ogni istante
come una lancia spuntata
dalla voglia
di non fare male,
di non sopraffare
che non ho un regno da fare
ma un sogno
da colmare per capire
da dove parte il cuore
e dove va a finire.

Gli scontri non mancano.
Parole taglienti come il freddo
che agghiaccia
la voglia di piangere,
di un sorriso
che mi può rallegrare.

Cosa mi resta da sognare  ?
Un seme nel vaso
che mi dà speranza
sta diventando
la gioia terrena più grande
mentre il mare
là davanti
non mi parla più di avventure.

La speranza,
oggi,
ha una vita dura
e la morte sicura,
il tracollo di un mito,
dell’araba fenice
che ne consuma
il fuoco residuo
in una rimembranza
di idee infelici
che il mondo
non trovando pace,
a presto,
finirà.

Gioacchino Ruocco
29.09.018   Ostia Lido


martedì 18 settembre 2018

Le pietre che mi arrivano addosso

San Giorgio sottoposto a lapidazione



Le pietre che mi arrivano addosso

Le pietre che mi arrivano addosso
lanciate o cadute per caso,
mi hanno sfiorato
senza lasciare danni.

Forse sono i miei panni
stesi ad asciugare
che fanno invidia da anni.
Pochi e sempre gli stessi,
come nuovi
non cambiano cuore
al mio dolore di sempre,
al rimpianto
che d'accanto ancora mi segue
rallegrando i ricordi
col pianto più dolce
che ancora mi danno
le gioie di un tempo.

Mio nonno, mia nonna,
mio padre, mia madre,
mio zio e la campagna
che da compagna
mi fece sognare altri mondi
dissetando la sete
con le ombre più fresche;
il mare, il cielo, la terra
che avrei vissuto più tardi,
più avanti negli anni,
scansavano quelle sassate
che oggi mi arrivano addosso
e non posso ignorare
se voglio restare
intatto a campare.

Parole a volte pesanti,
dette per rabbia
da gabbie di matti   
che vanno all’assalto,
sassate che stento a capire,
“frasi sbagliate”*, un maledire
dalla lingua pesante
con occhi arrossati dal pianto
che brucia senza ragione
i silenzi che l’hanno covato.
Sassate
per una mancata complicità
per una resa incondizionata
mai rata, mai resa.

Gioacchino Ruocco
19.09.018   Ostia Lidio

* Caproni : Sassate.

lunedì 17 settembre 2018

L’ALFABETO BULGARO E IL DIALETTO NAPOLETANO



L’ALFABETO BULGARO E IL DIALETTO NAPOLETANO

30.05.2008
Intervento della corrispondente Elena Chahanova durante la trasmissione “Horizont za vas” della Radio Nazionale Bulgara dal 25.05.2008
È difficile immaginarlo, ma è davvero cosi: l’alfabeto bulgaro e la lingua bulgara sono magici quando si tratta dei dialetti meridionali italiani, come il napoletano; vediamo perché. Questa è una lingua diversa dall’italiano anche se scritta con i caratteri latini. E’ molto difficile da leggere, perché si scrive in un modo, ma si legge in un altro; a causa di nessi di parole con doppie consonanti, accenti particolari e la diversa pronuncia delle sonanti “a” ed “e”. La loro pronuncia possiamo chiamarla “alla bulgara” perché il suono equivale alla nostra “ъ”. Questo suono si sente, ma non si scrive, perché nell’alfabeto latino una lettera così non esiste. Da dove glottologicamente provengono questi suoni sarebbe interessante saperlo, ma questo è un altro tema.

Bisogna sottolineare che il dialetto napoletano come tutti gli altri sono pienamente diversi dalla lingua ufficiale italiana quindi andrebbero tradotti. Ho scoperto però, che per pronunciare bene le parole napoletane è molto facile farlo tramite l’alfabeto bulgaro e la lingua bulgara nella sua forma scritta e parlata. E così la magnifica lettera “ъ” è indispensabile per la pronuncia così come anche per il dialetto pugliese o lucano, zone che io conosco bene. Basta che ci sia una persona del posto che parli il dialetto e le sue parole vengono trascritte in cirillico – cioè in bulgaro. Amici meridionali hanno detto che non è male imparare il bulgaro, perché quello che si pronuncia in dialetto (ad esempio) napoletano, se si scrive in bulgaro(cirillico) è più facile per essere poi letto in napoletano, anziché in caratteri latini. In pratica il nostro alfabeto è l’ideale per loro!

Per questo motivo ed in occasione del 24 maggio – la festa della scrittura e della cultura bulgara, mi sono divertita a trascrivere in cirillico dal dialetto napoletano la famosa canzone “Funiculì, funiculà. Questa canzone è stata composta nel 1880 in occasione della inaugurazione della funicolare Napoli-Vesuvio. Il nome della canzone proviene dalla parola “funicolare” che significa mezzo di trasporto con le funi sui binari. Nel ritornello infatti si canta come la fune va su, poi va giù e quanto è bello e divertente tutto ciò. La musica è scritta da Luigi Denza, le parole in napoletano di Peppino Turco. Ecco come è reso in cirillico la sua prima strofa:
in cirillico:

Aй cсера Нанинъ мънъ салиетъ
Ту сайъ адо? 
Ту сайъ адо?
Адо сто коръ ънгратъ кию дъспиеттъ 
фармъ нун по
фармъ нун по
Адо лу фуокъ кочъ, 
ма си фуъйъ 
тъ ласа ста
тъ ласа ста
Е нун тъ корръ априесъ
е нун тъ струйъ
Сул а гуарда,
сул а гуарда
Яммъ, яммъ, нкоппъ яммъ я,!
Яммъ, яммъ, нкоппъ яммъ я,!
Фуникули, фуникула, фуникули, фуникула,
Нкоппъ, яммъ я, фуникули, фуникул
in napoletano:

Aisséra, Nanninè, mme ne sagliette,
tu saje addó...
Tu saje addó...
Addó, 'sto core 'ngrato,
cchiù dispiette farme nun pò...
Farme nun pò!
Addó' lo ffuoco coce,
ma si fuje,
te lassa stá...
Te lassa stá.
E nun te corre appriesso 
e nun te struje
sulo a guardá...
Sulo a guardá...
Jammo, jammo,'ncoppa jammo ja'...
Jammo, jammo,'ncoppa jammo ja'...
Funiculí, funiculá, funiculí, funiculá...
'Ncoppa jammo ja', funiculí, funiculá..
tradotto in bulgaro:

Снощи, Нанина, се качих
ти знаеш ли къде,
Ти знаеш ли къде
Там, където твоето неблагодарно сърце
не може да ми прави на пук
Не може, не може
Там, където огънят изгаря, но ако избягаш
ще те остави
Ще те остави
И няма да тича след теб  да те похаби
дори само да го гледаш
дори само да го гледаш
Да вървим, да вървим, горе да вървим, да вървим
Да вървим, да вървим, горе да вървим, да вървим
Фуникули, фуникула, Фуникули, фуникула,
Горе да върви, да вървим, да вървим...
фуникули, фуникула
in italiano:

Ieri sera, Nannina, sono salito
tu sai dove...
Tu sai dove...
dove, questo cuore ingrato,
più dispetti farmi non può...
Farmi non può!
Dove il fuoco scotta, ma se scappi,
ti lascia stare...
Ti lascia stare.
E non ti corre dietro e non ti consuma
solo a guardarlo...
Solo a guardarlo...
Andiamo, andiamo, sopra andiamo, andiam...
Andiamo, andiamo, sopra andiamo, andiam
Funiculí, funiculá, funiculí, funiculá...
Sopra andiamo, andiam... 
funiculí, funiculá...
Le strofe sono tre. Alla fine, l’eroe innamorato inebriato dal piacere di viaggiare in su e poi in giù, propone a Nannina di sposarlo. Una metafora della vita, perché lassù a lui sembra di dimenticare i problemi amorosi, ma purtroppo alla fine vede sempre lei ed è meglio quindi sposarsi per risolvere i problemi. Ma, nella vita non succede sempre cosi. Non sappiamo se il protagonista è diventato felice, ma la funicolare non ha avuto successo. E’ stata smantellata durante la Seconda Guerra Mondiale. La canzone però è sopravvissuta in tutti i sensi. Anche per essere trascritta in cirillico nella sua versione originale dialettale. Una cosa molto utile per chi vuole cantarla per buon umore e non solo!
*Il testo in cirillico è stato realizzato con la cortese collaborazione di Michele Dibiase. Il testo in napoletano e quello in italiano sono da Wikipedia.

Autore: Elena Chahanova

Fonte: Radio Nazionale Bulgara

domenica 16 settembre 2018

Il lamento di Gioacchino...



Il lamento di Gioacchino…

Nascesti da due vecchi addolorati
nella tarda età
e di conforto ti fu Elisabetta,
madre di Giovanni,
sorella tua diletta,
e tu del Dio della croce
per riportarci al Padre
nell’eternità.

Maria, figlia mia
e della mia pazienza
che non ebbe limiti
neppure difronte
al dolore che patisti
che ti fu rimesso
nella tua assunzione al cielo.

Tu, figlia di un cuore addolorato
che aveva avuto sentore
del tuo patire
quando avvertisti in grembo
il dono del cielo,
frutto del divino amore
a te prescelta.

Figlia benedetta
dal mio amore di padre,
figlia immacolata,
figlia più paziente di tuo padre
che ti piegasti al voler di Dio
soffro ancora della mia pazienza.

L’unica gioia che mi resta
è il tuo volto dolce
appassito in un sorriso immenso
che solo nell’incenso
trova il fragore
di  quella donna che portò più di una croce
accompagnando il figlio
fino al suo volere
com’io al tuo
nel tuo donarti a Lui
come salvatore.

Attraversai tutta la Galilea
e ancora l’attraverso
spesso sognando
d’incontrati ancora
in uno dei momenti più felici
della tua vita.

Sono un uomo solo
in cerca di un respiro d’altri tempi.
Tua madre dorme
sopra la mia spalla,
il sonno eterno
che tu le hai dato
in tua compagnia.

Riposerò pur'io
quel poco che sopporto,
mentre la vita mia continua
dove il deserto
è ancora una speranza di gioie
lavate dal peccato.

Gioacchino Ruocco
17.09.018   Ostia Lido

sabato 15 settembre 2018

… alla immensità dell’essere che sogna.










… alla immensità dell’essere che sogna.

Procrastinare il tempo della resa
fra sguardi che scrutano il mio umore
e il tempo fuori che dicono influisce
anche sulla specie umana
non è un dolore che m ammorbidisce
un modo di sentirmi voluto bene
più di quello che merito che voglio.

Se non arrivasse mai sarei eterno
e più del tempo in cui trovo il mio
che mi cambia di giorno in giorno
assieme alle cose che mi piace di fare
che sento connaturate al mio sentire.
se non arrivasse mai sarebbe un proseguire
dove intendo per essere cosciente

del non sapere che si approssima
al sentire di una smisurata eternità
che anche se non mi è lecito capire
non finirà mai più nel divenire
delle regole del gioco che ogni fuoco
vuol che si consumi a poco a poco
o tutto a un tratto col fragor di un botto.

Semplicemente mi sento a un precipizio
prossimo dove approntar le ali
per lo sfizio di volare fino al mare
e poi negli abissi come il pece più grande
che resiste ai fondali più recessi
provando la vertigine che porta
alla immensità dell’essere che sogna.

Gioacchino Ruocco
13.09.018   Ostia Lido

C'é sempre qualche cosa....

RZorpa Ruimonti
Ieri alle 10:00 ·


c'è sempre qualcosa oltre a vedere te stesso
Ciò che oltre al verde è soggezione
e così tanto che si può avere solo la sensazione.
.
come se ogni colore facesse male
che varrebbe la pena del dolore senza sentimento
se solo la sensazione rende l'essere stesso.
.
eppure sentirti come lo stupore
o la caduta di vestiti tumultuosi
questa speranza, questo ti supponiamo.

giovedì 13 settembre 2018

… alla immensità dell’essere che sogna.


… alla immensità dell’essere che sogna.

Procrastinare il tempo della resa
fra sguardi che scrutano il mio umore
e il tempo fuori che dicono influisce
anche sulla specie umana
non è un dolore che mi ammorbidisce,
un modo di sentirmi voluto bene
più di quello che merito, che voglio.

Se non arrivasse mai sarei eterno
e più del tempo in cui trovo il mio
che mi cambia di giorno in giorno
assieme alle cose che mi piace di fare,
che sento connaturate al mio sentire.
Se non arrivasse mai sarebbe un proseguire
dove intendo per essere cosciente

del non sapere che si approssima
al sentire di una smisurata eternità
che anche se non mi è lecito capire
non finirà mai più nel divenire
delle regole del gioco che ogni fuoco
vuol che si consumi a poco a poco
o tutto a un tratto col fragor di un botto.

Semplicemente mi sento a un precipizio
prossimo dove approntar le ali
per lo sfizio di volare fino al mare
e poi negli abissi come il pesce più grande
che resiste ai fondali più recessi
provando la vertigine che porta
alla immensità dell’essere che sogna.

Gioacchino Ruocco
13.09.018   Ostia Lido